Les anciens Romains et l’usage de l’eau

vendredi 7 octobre 2011
par  Emilia MACCIONI
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GLI ACQUEDOTTI

Tra le opere più importanti lasciateci dai Romani, ci sono sicuramente gli acquedotti. Essi furono ideati a Roma nel V sec. a.C. perché ormai la fornitura idrica della città, che fino ad allora si affidava al Tevere o ai pozzi, non era più sufficiente. Roma si stava trasformando nella più grande metropoli di tutta l’Antichità e non solo, quindi si decise di costruire un acquedotto che collegasse una sorgente e portasse l’acqua fresca in città. Il primo fu l’Aqua Appia costruito nel 312 a.C. per volere dell’omonimo Console Appio Claudio, lo stesso che diede il nome alla celeberrima via. Con il passare degli anni ne vennero costruiti altri di maggior portata. In totale c’erano ventiquattro acquedotti, che trasportavano ogni giorno a Roma oltre 1 milione di metri cubi d’acqua percorrendo in totale oltre 400 Km di condutture.

LA STRUTTURA

Quando pensiamo agli acquedotti romani, ci immaginiamo alte ed eleganti strutture ad archi sorrette da pilastri, ma in realtà la maggior parte del tragitto era effettuato sotto terra, in canali appositi, e solo in pochi casi gli acquedotti uscivano allo scoperto : per esempio per superare un fiume, o per portare l’acqua oltre una pianura. Ma come funzionano gli acquedotti e come fa l’acqua a spostarsi dalle sorgenti alle città ? L’acqua non si sposta da sola ! E’ necessario un "motore", e i Romani ne trovarono uno veramente "autonomo" cioè la forza di gravità. Gli ingegneri avevano intuito che sarebbe stato sufficiente dare una certa pendenza all’acquedotto e mantenerla per tutto il tragitto, e poi la forza di gravità avrebbe fatto tutto il resto, così capirono che un’inclinazione del 25%, in media un metro di pendenza ogni chilometro, avrebbe fatto scorrere l’acqua senza problemi fino alla città. Era inoltre necessario saper scegliere la sorgente giusta, in modo da fare defluire una giusta quantità d’acqua tutto l’anno senza periodi di secca e periodi di piena.

LA COSTRUZIONE

Una volta scelta la sorgente adeguata, si stabiliva il percorso che l’aquedotto avrebbe compiuto per arrivare in città. Per fare ciò si tracciava un profilo della geografia del terreno segnando colline e avvallamenti, pianure e corsi d’acqua. Per questo lavoro i tecnici adoperavano uno strumento di legno simile all’attuale livella, ma di dimensioni assai più grandi : il coròbate. Questo poteva dirsi in esatta posizione orizzontale quando i fili a piombo attaccati al suo ripiano di legno pendevano parallelamente alle gambe e quando l’acqua che colmava una vaschetta scavata sul ripiano non debordava. Guardando attraverso il coròbate i topografi potevano tracciare un’immaginaria linea orizzontale che seguiva tutto il percorso dell’acquedotto e segnare su questa linea, a intervalli di 10 metri, le distanze verticali tra essa e il terreno. Unendo tutti i segni presi con una linea si otteneva il vero profilo del terreno e gli ingegneri stabilivano se appoggiare le condotte al livello del suolo, se farle passare sotto, oppure elevarle di alcuni metri. A questo punto si procedeva alla sua edificazione. Spesso per la necessità di mantenere una pendenza costante le condotte facevano percorsi molto lunghi con molte curve, e non andavano mai in linea retta, in tal modo l’acqua defluiva senza problemi fino alla "foce artificiale", che quasi sempre era costituita da una grossa cisterna. Il percorso dell’acquedotto, come detto in precedenza, per la maggior parte era interrato o talvolta addirittura scavato sotto colline e montagne, in questo caso la condotta era formata solo da una struttura di laterizio a forma di parallelepipedo impermeabilizzata e areata con dei pozzetti posti ogni 20-30 metri, usati anche per la manutenzione periodica. Solo talvolta la conduttura doveva superare fiumi o pianure ed era quindi necessario costruire una struttura di sostegno. Uno degli esempi più famosi è il ponte-acquedotto sul fiume Gard in Francia, che riforniva la città di Nimes. La realizzazione iniziava con l’edificazione delle fondamenta dei pilastri : se passavano sulla terra si scavava una buca profonda vari metri e si costruiva una solida base a tronco di piramide con grossi blocchi di pietra. Se invece si trattava di un fiume era necessario preparare un recinto di legno impermeabilizzato con la pece tutto intorno all’area della costruzione di ogni singolo pilastro : in tal modo si poteva asportare prima l’acqua, poi la fanghiglia e la ghiaia per poter edificare una solida base di grossi blocchi di pietra. Fatto ciò iniziava la costruzione dei piloni veri e propri. Questi potevano essere sia di pietra che di laterizio, e venivano sovrapposti tra loro alternati e uniti con malta. Solo a questo punto si univano i pilastri con gli archi i quali si costruivano utilizzando delle strutture di sostegno di legno dette centine che permettevano la collocazione dei conci fino alla chiusura della "chiave di volta". Costruita la prima arcata si procedeva all’edificazione delle altre arcate che poggiavano sempre sugli stessi pilastri, all’ultimo piano sorgeva in laterizio la vera e propria condotta dell’acquedotto.

CALCE IDRICA I Romani inventarono tra le altre cose la calce, e una variante di essa, detta idrica poiché resisteva all’acqua, era utilizzata nelle cisterne o negli acquedotti appunto per impermeabilizzare, ed è tuttora utilizzata.

LE TERME

Pochissime case romane erano dotate di bagno : perciò uno dei luoghi pubblici più popolari erano le TERME, i bagni. L’ingresso era molto economico e vi potevano accedere persone di ogni ceto sociale, comprese le donne e i bambini. A volte i politici in cerca di favori offrivano l’entrata gratuita a tutti per un giorno. Le terme comprendevano un locale tiepido (tepidarium), un locale caldo e denso di vapore (calidarium) e un locale con acqua fredda (frigidarium). Vi erano spazi come portici e giardini nei quali passeggiare e assistere a spettacoli musicali o letture poetiche. C’erano piscine all’aperto in cui nuotare. I bagni erano aperti da metà mattina al tramonto. Gli uomini e le donne potevano entrare soltanto a orari diversi. Sotto i pavimenti e dietro le pareti c’erano spazi vuoti in cui passava aria riscaldata da una fornace alimentata da alcuni schiavi. I pavimenti erano talmente caldi che la gente doveva indossare sandali con speciali suole di legno per non bruciarsi i piedi.

LE CLOACHE

L’acqua è una delle cose più necessarie, ma anche una di quelle che, una volta usata, è necessario liberarsene. Anche il problema dello scolo delle acque fu risolto ottimamente sin dai tempi più antichi e non c’è da meravigliarsene se si pensa a quanto erano abili gli ingegneri idraulici fra i romani. Il più antico monumento d’ingegneria idraulica civile che noi possediamo è appunto una fognatura : la Cloaca Massima. Questa, costruita sin dai tempi dei re di Roma, non solo ancora esiste, ma in parte viene utilizzata ancora oggi. La Cloaca Massima è una grande fogna o canale sotterraneo che inizia dal Foro Magno ; riceve per mezzo di fogne minori gli scoli di tutte le acque putride e li porta al Tevere : tra il Tempio di Vesta ed il ponte Palatino (oggi rovinato). La Cloaca Massima fu iniziata da Tarquinio Prisco (uno dei re di Roma) che, inizialmente, doveva togliere le acque che impaludavano i terreni del Velabro intorno al Foro. Alla costruzione fu impiegato tutto il popolo che chiamò questo lavoro con il nome di Fosso dei Quiriti. L’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, lo ingrandì, ma fu Agrippa a creare la Cloaca Massima con un restauro da cima a fondo. Riparò i danni che le acque avevano causato e incanalò in essa i rifiuti che le stesse portavano a Roma dai suoi sette acquedotti. Una gran massa d’acqua scorreva da sempre in questa grande fogna, portava e porta tuttora al Tevere le immondizie che vi si scolavano. Catone la chiamò fiume Cloacale. E’, di fatto, un perpetuo torrente sotterraneo che porta con sé la sporcizia della città e che lotta con il Tevere quando questo è gonfio d’acque.


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